L’immaginario prigioniero

Recensione (a cura di Carlo Pantaleo, Responsabile provinciale Funzione Formazione e Progetto Famiglia, ACLI Rimini) del libro di Maria Rita Parsi, Tonino Cantelmi e Francesca Orlando, L’immaginario Prigioniero. Come educare i nostri figli a un uso creativo e responsabile delle nuove tecnologie (Oscar Mondadori).

L’introduzione al libro si intitola “E l’uomo creò la macchina” dicendo del rischio dello scambio tra ciò che è nato come mezzo con il fine per cui esso stesso è nato. L’immaginario prigioniero supera la la Galassia Gutenberg, ma anche quella Mc Luhan, perché il mezzo di comunicazione non condiziona solo i contenuti che vi vengono trasmessi, ma la stessa persona e la sua percezione della realtà. Mc Luhan sottolineava la sua riflessione con una frase diventata famosa: “Medium is message (il mezzo di comunicazione è esso stesso un messaggio)”. L’espressione paradossale evidenzia che il mezzo induce precisi contenuti nell’uomo i quali sono ineliminabili perché dipendono dalla materia e dalla tecnica, non dalla volontà di chi usa il mezzo. Oggi nella rivoluzione digitale dovremo dire che “il mezzo è la persona stessa”. E’ significativo che fra le citazioni si trovi quella del Piccolo Principe che abbiamo pubblicato sul nostro sito in www.societalibraria.blogspot.com/2010/03/recensione-il-piccolo-principe.html

In quell’occasione riportavo un’affermazione di Bonhoeffer: “Dato che il tempo è la cosa più preziosa, perché è il bene più irrecuperabile di cui disponiamo, a ogni sguardo all’indietro ci inquieta il pensiero del tempo forse perduto. Perduto sarebbe il tempo, nel quale non avessimo vissuto come esseri umani, fatto esperienze, imparato, creato, goduto e sofferto”. In questo romanzo dopo il serpente il piccolo principe incontra una volpe del deserto (si rimane affascinati dall’esserci, dalla magia del primo incontro). Chiede il piccolo principe: “Chi sei, sei molto carino”. La risposta è: “Sono una volpe”: l’amico è un diverso. Questo è l’aspetto sconcertante ed eccitante al tempo stesso. Nella diversità scopriamo ciò che non viviamo in prima persona o forse non osiamo vivere: con un amico riempiamo creativamente il tempo e diciamo addio alla solitudine e alla tristezza.

Tornando al libro in oggetto, quella solitudine e tristezza la si ritrova anche dentro l’immersione nel virtuale che viviamo. Il pericolo reale è che si diseduchi profondamente alla stessa “vita reale, alla socializzazione e ai suoi processi”. Se vogliamo capire noi stessi e i nostri ragazzi, dobbiamo prendere atto di come siano sempre più in compagnia delle nuove tecnologie che non legano, non connettono ma isolano e a volte dissociano. A quel punto non si riesce a fare altro se non relazionarsi gli uni gli altri con le modalità malamente apprese dal virtuale nel quale si è immersi, senza alcuna mediazione che stimoli a maturare e a riconoscersi comunità. Le nuove tecnologie offrono tante potenzialità e comodità, ma se non usate consapevolmente, con un uso creativo e responsabile, possono dare adito a un eccessivo interagire, dove l’azione si sostituisce alla possibilità di riflettere e di elaborare internamente. L’attività clinica dei tre scrittori li induce a cogliere anche “i limiti e le disfunzionalità insite nell’uso massiccio, passivo, acritico di una tecnologia accattivante, invasiva, sconfinata e sconfinante, che va di certo addomesticata e consapevolmente gestita… L’immaginario viene “stoppato”, intrappolato, sospeso nell’azione che non consente pause, che non dà tregua per trovare il necessario tempo di oziare e di operare il giusto distacco”.

Tutto ciò vale per i bambini ma anche per gli adulti. Invece dei “pensieri lunghi” oggi ci siamo ridotti alla modalità “video spot” che racconta di noi stessi e di come siamo fagocitati a pensare e percepire secondo relazioni tecnomediate. L’importante è che “parla” non ascoltare, né chi ascolta, né il dialogo. Di certo vengono limitate le esperienze perdendo l’approccio interpersonale. Di fatto avviene che si scambia realtà e virtualità con conseguenze provocano fenomeni di incremento narcisistico nelle società postmoderne, la ricerca di emozioni estreme che scompongono e riducono l’esperienza umana, e il tema dell’identità perduta che mina le capacità progettuali della persona.

Nel libro si afferma che “l’onnipotenza sperimentata nella dimensione virtuale non sempre si traduce in una pretesa di onnipotenza anche nella realtà; tuttavia il prolungato soggiorno in mondi virtuali, dove potenzialità, sogni e fantasie hanno ampio spazio di azione, fa sì che il confronto con il quotidiano ponga di fronte a infinite difficoltà che la realtà sembra moltiplicare”. Nella parte del libro sui “nativi digitali” si dimostra come siamo di fronte a un’umanità ‘figlia’ di cellulari e videogiochi, che ha già un cervello diverso dal nostro. Ormai è un dato acquisito, quasi non sorprende più, se non fosse per l’ilarità che suscita, quasi qualcosa ormai di “naturale”. E’ emblematico uno spot che Tonino Cantelmi usa nelle sue presentazioni, in cui in sala parto si vede nascere un bambino che invece di essere fotografato, è lui che hai in mano la macchina fotografica e ritrae gli altri. Si potrebbe dire che dopo l’Homo sapiens sapiens è la volta della generazione dei ‘nativi digitali’. Hanno esaminato un vasto campione di bimbi, nati a partire dal 2002. Concentrandosi sulle caratteristiche dei nativi digitali, figli della ‘generazione di mezzo’ e nipoti dei ‘predigitali’ spiega come questi piccoli hanno un apprendimento più percettivo e meno simbolico, e sono dotati di abilità visuo-motorie eccezionali. Una volta adulti saranno spesso uomini e donne alexitimici, incapaci cioè di riconoscere le emozioni interne, ma abilissimi a rappresentarle. Inoltre saranno ragazzini e poi giovani multitasking, capaci di utilizzare contemporaneamente vari mezzi tecnologici senza timore o paura. La distinzione tra queste generazioni è intuibile dal seguente esempio che Cantelmi porta all’attenzione: mentre i nativi digitali a distanza hanno già l’accesso all’ereo, i nonni ‘predigitali’ si riconoscono subito all’aeroporto, perché fanno ancora la coda per il check-in. Una cosa che la generazione di mezzo ha ormai superato, padroneggiando il telecheck-in o usando le macchinette per l’accettazione rapida.

Se si applica in ogni aspetto della vita il meccanismo di interagire immediatamente con una spinta che induce a consumare subito, a ottenere subito il risultato, è possibile che i ragazzi preferiscano adottare un tipo di comunicazione che non preveda tempi di mediazione, di confronto e che li porti a vincere e prevalere, comunque. Internet diventa un diritto al quale inchinarsi, di doveri non se ne parla e non ci sono gli altri diritti e i diritti degli altri.

Per la generazione dei nativi digitali, che in questi anni sono ancora sui banchi di materna ed elementare, le emozioni non sono vissute, ma piuttosto rappresentate. Saranno abilissimi a tecnomediare le relazioni. E, naturalmente, comunicare con loro sarà difficile sia per la generazione di mezzo, che per i predigitali. Infatti l’uso di vari strumenti tecnologici fin da bambini attiva aree cerebrali differenti. E predispone a svelare senza fatica i segreti delle strumentazioni più high-tech.

Il punto è che le relazioni, con gli altri e con se stessi, non sono qualcosa semplicemente da inventare, ma sono da riconoscere e coltivare ricostruendo percorsi narrativi in trame di relazioni significative, reali e autentiche e per questo migliori di quelli virtuali. Il rischio a cui si è esposti è quello di “bulimizzare” l’immaginario ingozzandosi di immagini che diventano proprie e che poi si rovesciano fuori con disagio. Infatti si diventa abituati vedere la realtà solo da una “finestra”, come in “L’uomo senza qualità” di Musil. L’altro aspetto è che avanza la tecno-mente che abituata ad agire e interagire continuamente, senza avere tempo per pensare, riflettere e dialogare, si è indotti ad agire per ottenere subito il soddisfacimento di un bisogno o per scaricare una tensione.

Diventa allora necessario restituire il basilare diritto a essere educati e ad educarsi. In questo senso è importante recuperare il gusto del bello, ovvero del rimando a qualcos’altro invece che esaurire tutto nella percezione istantanea, e insieme riscoprire l’assoluta necessità di relazioni interpersonali dentro una comunità che è donata e non si sceglie con un clic…. Certamente il futuro dei nativi digitali, è sempre più scritto nei “blog” e si nasce con l’esperienza di una democrazia “dal basso”, ma l’Homo creativus è colui che deve avere e saper usare, in modo interdisciplinare, gli strumenti di espressione e comunicazione, ma non deve essere usato da essi stessi.

Recensione di Carlo Pantaleo