Cosa si nasconde dietro la mania di scattarsi foto? Il fenomeno della selfite o se volete l’incapacità di godersi la realtà

È solo un fatto di puro autocompiacimento scattarsi foto e pubblicarle sui social oppure c’è altro? Lo chiediamo al professore Tonino Cantelmi, psichiatra e psicoterapeuta, presidente dell’Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici.

di Ida Giangrande

 

Se sfogliamo velocemente i profili Facebook o Instagram delle nostre amicizie virtuali, tutto quello che vediamo è una lista interminabile di selfie bellissimi. Angolazioni brillanti, trucchi da favola, nessuna istantanea, tutti in posa come appena usciti da una rivista patinata. Il fenomeno della selfite si sta diffondendo in maniera sempre più invasiva e non è più solo un fatto adolescenziale.

Dottor. Cantelmi con la diffusione di internet e la possibilità di navigare in maniera illimitata e selvaggia, sono vertiginosamente aumentate le dipendenze. Oggi si parla di dipendenza dal porno, da internet e soprattutto si parla di selfite o dipendenza da selfie. Cosa si nasconde dietro la mania di scattarsi foto?

È il trionfo del narcisismo digitale, legato al bisogno di rappresentare se stessi. La popolarità è legata ai like e per ottenere like, gli adolescenti, e tanti adulti, sono costretti a rappresentarsi sui palcoscenici social con modalità sempre più impressionanti, più emozionanti, più belle e interessanti. In questo i selfie giocano un ruolo decisivo.

Quando quella di immortalare la propria immagine diventa un impulso o ancora peggio, un bisogno, possiamo parlare di una vera e propria patologia?

Siamo rimasti tutti molto colpiti da alcune vittime di selfie estremi: fotografare se stessi in condizioni pericolose, persino troppo pericolose fino a rischiare la vita e in qualche caso fino a perderla. Tocchiamo in media lo schermo dello smartphone circa 2600 volte al giorno. La selfite rientra in quella forma di colossale dipendenza dalla connessione e dalla socializzazione virtuale verso la quale stiamo viaggiando un po’ tutti.

Si possono individuare delle categorie sociali particolarmente sensibili ad un abuso del selfie?

Due: gli adolescenti, bisognosi di riconoscimento attraverso la ricerca della popolarità social, e gli adultescenti, cioè quegli adulti che ancora vivono irrisolti temi adolescenziali.

Il selfie è partito come un fenomeno adolescenziale, ma oggi sembra essere diventata un’abitudine anche degli adulti. Cosa spinge un’adolescente a scattarsi foto e cosa invece porta un adulto a volerlo farlo?

In entrambi i casi il bisogno di approvazione a buon mercato: i fatidici like. Si tratta di una forma di narcisismo virale che riguarda un po’ tutti.

Quali sono i risvolti che un uso quotidiano e prolungato di selfie può provocare sulla psiche di un adulto?

Alcuni per fare un selfie impiegano tempo e energie, con verifiche continue del prodotto da postare e poi con continue ulteriori verifiche sugli altri degli effetti: le conseguenze sono legate ad un impoverimento della capacità di sperimentare e vivere le emozioni con un incremento del tempo impiegato nel rappresentarle attraverso i selfie. Una perdita secca di interiorità a favore di un incremento eccessivo dell’esteriorità di quanto sperimentato e vissuto.

Come facciamo a ricono
scere i segni di una manifestazione compulsiva della selfite?

C’è un solo segno: l’impoverimento progressivo del valore del vissuto e della capacità di godere della bellezza della realtà.

 

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