Rischio «phubbing» forma di esclusione

Fonte: Romasette del 13/05/2018 – Rubrica Pianeta Giovani a cura di Tonino Cantelmi

Phubbing, ovvero una nuova forma di esclusione sociale che percorre il pianeta giovani (e purtroppo anche il mondo adulto!) e che minaccia i bisogni fondamentali delle persone, come l’appartenenza, l’autostima, il senso di realizzazione e di controllo. Così annuncia il sito duerighe.com, riportando recenti studi che riguardano questo comportamento, che in definitiva  consiste nell’ignorare le persone accanto a noi a favore dello smartphone. In altri termini, il phubbing, neologismo che deriva da phone + snubbing, peraltro coniato già da alcuni anni, è il comportamento di chi, mentre parla con te o fa qualcosa con te, “smanetta” sul cellulare, come se la vita reale fosse una fastidiosa distrazione dallo smartphone. Il fenomeno è stato osservato negli adolescenti già da anni, ma recenti studi dimostrano come questo comportamento sia particolarmente dannoso sul piano relazionale e come stia dilagando anche fra adulti. L’ironia, commentano gli autori delle ricerche, è che gli smartphone, nati per permetterci di stare sempre in relazione (o forse più concretamente in connessione) contribuiscano con questo atteggiamento all’isolamento e alla solitudine. È quello che papa Francesco in Amoris laetitia, parlando dell’educazione dei ragazzi, definisce «autismo tecnologico» (AL 278). Se il phubbing lo mettiamo insieme alla loneliness (cioè all’incremento della “solitudine percepita” dagli adolescenti, che sembrerebbe essere più alta nei ragazzi più smart sui social), il quadro è desolante: insomma stare sempre connessi potrebbe incrementare quel senso di dolore esistenziale da solitudine e danneggiare troppo la qualità delle relazioni.
Papa Francesco riflette su questo e conclude che noi adulti abbiamo un compito educativo nuovo: di fronte alla ”ansietà” dei tempi attuali e alla “fretta tecnologica” sottolinea come la questione non sia quella di vietare i «dispositivi elettronici» (AL 275), questione peraltro esplosa fragorosamente nelle scuole, dove si dibatte se vietare o no i cellulari in classe. La questione, sostiene papa Francesco, è quella di aiutare i ragazzi a comprendere che occorre saper differenziare i contesti: vanno bene i videogiochi o i social, ma quando stai con qualcuno o fai qualcosa con un’altra persona, ebbene devi “stare” (esserci–con) con l’altro per davvero e saper costruire contesti e relazioni generative (esserci–per). Dunque, niente posizioni apocalittiche o tecnofobe, ma neanche tecno–euforie improprie. Ma alla fine la domanda, già posta in questa rubrica più volte, è sempre quella: ma ci sono adulti “veri”, capaci di assumersi questo compito educativo oppure dobbiamo arrenderci al dilagare dell’adultescenza, adulti cioè più infantili dei loro figli e troppo presi dal phubbing, tanto da neanche vederli più, come se i figli fossero fastidiose distrazioni dalla vita social smartphonizzata?

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