Adam Mosseri, il dilemma di Instagram e la tirannia dei like

I test per spingere gli utenti a concentrarsi sui contenuti e non sul confronto su chi ne accumula di più: l’Italia tra i Paesi in base a cui si deciderà se eliminare il «contatore»

Di Candida Morvillo

Per molti di noi che sono su Instagram, siamo ormai a sei mesi di astinenza da conta dei like. Possiamo vedere quanti ne abbiamo noi, ma non quanti ne hanno gli altri. Ci è stato tolto il brivido della competizione. Da luglio, infatti, l’Italia è tra i Paesi inclusi dal social in un test per decidere se nascondere i like, ovvero se liberarci dalla schiavitù di controllare a quanti piacciamo o di pesare gli altri per i cuoricini collezionati. Il test coinvolge il 90 per cento dei 23 milioni di italiani presenti su Instagram ed è in corso su smartphone e tablet, non su desktop. Non risultano rivolte né qui né altrove, però ieri, il New York Times scriveva che il capo di Instagram Adam Mosseri ha incontrato lo staff «per discutere i dettagli segreti di un progetto critico: il Project Daisy». Il dilemma è pari a quello celebre della margherita, è il «m’ama o non m’ama?» e urge una decisione. La sperimentazione, partita a maggio in Canada, è stata poi estesa a Italia, Australia, Brasile, Irlanda, Nuova Zelanda e quindi ad altri Paesi. L’obiettivo dichiarato è «aiutare le persone a concentrarsi su foto e video e non sui like, affinché si sentano libere di esprimersi». Tradotto: non vadano in ansia da prestazione.

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Narcisimo digitale

Non mancano i motivi per tenersi i like. Come dice lo psichiatra Tonino Cantelmi, docente di Cyberpsicologia all’Università europea di Roma, «Instagram è il più narcisistico fra i social e, se non saprà più stimolare il narcisismo digitale, sarà soppiantato da altri social». Cantelmi, in uscita per Franco Angeli con «Amore Tecnoliquido», spiega: «Il nostro cervello è plastico e si è già adattato. Viviamo la mutazione antropologica più grande dall’avvento della scrittura e non si torna indietro. Bisogna imparare ad accettare anche le umiliazioni digitali».

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