Distanziamento sociale: conseguenze psicologiche di un termine ambiguo

Introduzione:
Arthur Schopenhauer (1851) parlava del “dilemma del porcospino” nel descrivere il processo caratterizzante la necessità di due porcospini di trovare la giusta distanza “fisica” tra loro, così da potersi reciprocamente riscaldare, senza però ferirsi con i rispettivi aculei spinosi. Ciò che rappresentava, quindi, un giusto compromesso tra i due porcospini era il mantenimento di una moderata distanza reciproca che permettesse sia l’ottenimento del calore corporeo, sia l’evitamento degli aculei.

La società attuale, invece, definita da Baumann e successivamente dallo psichiatra Tonino Cantelmi come “liquida” ha progressivamente perso di vista il concetto della “giusta distanza”, favorendo la creazione di una dimensione esistenziale “ambigua”, “indefinita”.
Le conseguenze di tale ambiguità e indefinizione, rinforzate ulteriormente con l’avvento della tecnologia, della realtà virtuale, hanno implicato successivamente un inevitabile accomodamento da parte di ciascuno, che ha sostituito sempre di più la necessità di una relazione sociale “autentica” con la comunicazione virtuale attraverso i “social”.

Questa nuova tipologia di atto comunicativo si è rivelata significativa nel permettere a ciascuna persona di intessere relazioni e di mantenersi in contatto con il mondo esterno, soprattutto durante il periodo di quarantena imposto a causa dell’emergenza Covid-19, ma “non è tutto oro ciò che luccica”: perché?

Le conseguenze del distanziamento sociale:
Sia pochi giorni prima del lockdown, che successivamente, è stato deciso di sensibilizzare la popolazione affermando l’importanza di mantenere fisicamente almeno un metro di distanza gli uni dagli altri, con lo scopo di evitare il rischio di ulteriori contagi.
Tutto ciò ha reso possibile l’incremento di condotte preventive responsabili da parte della maggior parte delle persone, senza tuttavia considerare la faccia opposta della medaglia: la paura della vicinanza e della socialità.

Difatti, durante il lockdown è stato impossibile intessere relazioni sociali vis a vis tra persone non appartenenti allo stesso nucleo famigliare (parenti residenti altrove, amici, partner), e nel mentre veniva progressivamente rinforzata l’idea riguardo l’importanza di mantenere costantemente una “distanza sociale” di almeno un metro, un metro e mezzo, gli uni dagli altri all’esterno della propria residenza.

Ciò che si vuole personalmente affermare nel presente articolo non risiede nel sottolineare le conseguenze psicologiche determinate da un effettivo e necessario distanziamento “fisico” gli uni dagli altri, bensì sul termine condiviso in sé: “distanza sociale”; un termine pericoloso, ambiguo, indefinito come già diceva Baumann, un termine che rinforza inconsapevolmente nelle persone l’importanza di “non essere in contatto”, di “non entrare in relazione” con l’altro, di non riconoscerlo, di non sentirlo vicino anche se fisicamente distante.

In poche parole, il “distanziamento sociale” rischia di produrre nella persona il timore di intessere relazioni interpersonali, differentemente da un concetto, quello di “distanziamento fisico”; un concetto che altro non vorrebbe, invece, che sottolineare l’importanza di rimanere sì distanti fisicamente al fine di salvaguardarsi reciprocamente e prevenire il rischio di contagio, ma sempre in relazione, in contatto, gli uni con gli altri.

Conclusioni:
Riconoscere questo implica però un ulteriore passo, probabilmente da attuarsi ex ante: il riconoscimento riguardo l’importanza della salute psicologica e la prevenzione del disagio psicologico, il tutto circondato da una cornice teorica che potrebbe e dovrebbe, oramai, permeare ogni singola nazione: il modello bio-psico-sociale di Engel (1977).

La salute psicologica dovrebbe essere un diritto inalienabile della persona, nonché rappresentare il primo passo, la priorità (assieme alla salute fisica, o meglio, psicofisica) per costruire una società fondata sulla prevenzione, un concetto che, se fosse adeguatamente interiorizzato da ciascuno, potrebbe prevenire la comunicazione disfunzionale di termini come il famoso “distanziamento sociale”, potenzialmente malsani e determinanti di sempre più crescenti malesseri a livello psicologico.

FONTE:https://www.psyeventi.it/articoli/distanziamento-sociale-conseguenze-psicologiche-di-un-termine-ambiguo-c9219.html