Gli strumenti di contrasto al fenomeno delle challenge.

Cristina Brasi24 Gennaio 2021

Premessa.
E’ tristemente emersa alla ribalta della cronaca di questi giorni la morte di una bimba di 10 anni. La bambina, secondo quanto riportato dai media, avrebbe perso la vita presumibilmente per aver partecipato ad una sfida su un noto social media, che consente la creazione di piccoli video con l’aggiunta di filtri ed effetti speciali.
Secondo la sfida lanciata sul social, avrebbe vinto chi avrebbe resistito per il maggior tempo possibile all’asfissia. La bambina si è stretta al collo la cintura dell’accappatoio, legata ad un termosifone. Trovata dalla sorellina è stata immediatamente accompagnata al più vicino ospedale dai genitori.
I medici sono subito intervenuti somministrando quattro iniezioni di adrenalina, ma la TAC ha evidenziato una situazione di coma profondo a seguito di encefalopatia post anossica prolungata. La Procura sta indagando sul caso e lo smartphone della bambina è stato sequestrato.
La vicenda riporta alla mente quanto accaduto appena quattro mesi fa.
Analogamente, in un’altra città, nel corso di una notte di fine ottobre – dopo aver mandato un messaggio alla madre in cui scriveva “Vi amo, ho un uomo incappucciato davanti, non ho tempo” – un bambino di 11 anni apre la portafinestra del balcone, avvicina uno sgabello alla ringhiera e si getta nel vuoto, precipitando nel cortile interno del palazzo dove risiedeva.
I genitori, quando si sono recati sul balcone dopo l’accaduto, hanno ritrovato il telefono cellulare del bambino a terra. Il 118, una volta giunto sulla scena, ha solo potuto constatare la morte dell’undicenne.
La Procura della Repubblica ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio contro ignoti. Il tablet e lo smartphone del bambino sono stati sequestrati per essere sottoposti ad analisi digitale. Pochi giorni prima dell’accaduto il minore aveva cambiato le password di accesso ai suoi dispositivi.
Un altro elemento su cui si sta indagando coinvolge una telecamera che riprende la strada di residenza della famiglia. La Procura ha ascoltato il gruppo di amici del bambino.
Secondo le prime ricostruzioni, il giorno del suicidio aveva trascorso il pomeriggio insieme agli amici e la sera a casa con i genitori e la sorella.
L’autopsia sul bambino ha confermato la morte per suicidio, non sono stati difatti trovate lesioni non riconducibili alla caduta.
La famiglia ha nominato due legali penalisti che, a loro volta, hanno nominato un consulente informatico di parte.

Il fenomeno delle challange.
Il contenuto del messaggio ha indirizzato da subito l’inchiesta verso le “challenge sui social media”.
Tali competizioni alimentano il senso di sfida ed alcune, come potrebbe essere avvenuto in questo caso, fanno leva sull’assoggettamento delle vittime. L’uomo incappucciato citato dell’undicenne, ha fatto pensare ad un fenomeno in particolare, nello specifico, a quello del c. d. Jonathan Galindo.
Un famoso divulgatore scientifico e giornalista,  segretario nazionale di un noto think tank sulle neuroscienze,  ha invece sostenuto che legare la morte del bimbo ad una challenge mortale sia una fake news in quanto non vi è alcuna prova della relazione tra questo specifico gioco e l’istigazione al suicido che avrebbe scatenato in questo e altri casi.
Il Resto del Carlino, nel luglio scorso, aveva pubblicato la testimonianza di alcune mamme che avevano denunciato la pericolosità del gioco che, per diffondersi, utilizza quali canali i più famosi social media. Si riporta la testimonianza di una di queste madri: “Arriva la richiesta di contatto da Jonathan Galindo e, se accetti, ti viene inviato, tramite messaggistica, un link che ti propone di entrare in un gioco nel quale vengono proposte delle sfide e delle prove di coraggio, fino ad arrivare all’autolesionismo. In realtà so che c’è chi ha ricevuto anche più richieste di profili simili, differenziato magari da un punto o da un trattino tra le parole Jonathan e Galindo. Mia figlia mi ha raccontato che, tra le prove, c’è quella di incidere con una lama, sulla pelle dell’addome, le lettere iniziali del proprio nome, ma anche il numero del diavolo 666. Mi sono spaventata e per fortuna non è stato nascosto nulla a noi genitori. Purtroppo oggi i ragazzini a 12 anni, nonostante le resistenze di noi genitori, hanno già il loro smartphone e vari profili social, ma sono esposti a pericoli di questo tipo”.
I genitori, in questo caso, si erano rivolti alle forze dell’ordine.
Jonathan Galindo è un fenomeno che nasce in America, da una maschera creata da un noto produttore di effetti speciali, nel 2010.
Nel 2012-2013 la stessa maschera compare in alcuni video sessualmente espliciti di un artista e videomaker americano che sui social si identifica con vari alias.
La maschera è però stata utilizzata da qualcuno per creare questa challenge. Già nel 2017 l’immagine in questione era stata associata a questo fantomatico Jonathan Galindo. Il suo successo viene decretato però sul social tristemente alla ribalta nelle cronache di questi giorni: nel 2019, infatti, un utente registrato come jonathangalindo54 diffonde il fenomeno tra i bambini. Da quel momento in poi gli account con nomi simili si sono moltiplicati, sino a diventare un successo planetario quando un influencer messicano, e circa 1.700.000 suoi followers su Instagram, rilancia la storia del “Pippo umano”, narrando di averlo visto appostato di notte fuori da casa sua.
In un attimo il meme Jonathan Galindo diventa una leggenda urbana, un individuo disturbato con una maschera a coprire il viso da una deformità fisica.
Chi risponde alla sua chiamata riceverebbe in cambio video inquietanti, spaventosi e, in taluni casi, anche fotografie della propria casa ripresa dall’esterno avallando le doti da stalker, capace di scoprire il codice IP degli utenti.
È chiaro come questo fenomeno faccia leva su differenti fattori, pregnanti di significato psichico, rendendo molto semplice la manipolazione, come si vedrà in corso di analisi.
La Challenge giunta in Europa, prima in Spagna e poi in Germania, è arrivata in Italia nell’estate del 2020. Come indicato in precedenza, il meccanismo di affiliazione è molto semplice: una richiesta di amicizia a cui fa seguito un link che consente l’accesso al gioco basato su sfide, le challenge per l’appunto, e prove di coraggio, inizialmente blande che conducono, nel breve tempo, ad atti di natura autolesionista.
I profili utilizzati sono riconoscibili per la foto, l’immagine di un “Pippo umano”.
Il bambino non mostrava problematiche, né nell’ambito familiare, né in quello scolastico. Aveva una cerchia di amici e praticava sport.
Questo elemento è molto importante per comprendere la forza di coercizione dietro a queste challenge, dove i fattori di protezione (MOI) non sono sufficienti a porsi al riparo dal processo di condizionamento attivato dalle dinamiche della challenge stessa.
In Italia si contano oltre 500 casi di adescamento di minori online all’anno. Il profilo degli adescatori concerne per la maggiore 30 e 40enni di differenti estrazioni sociali e con esperienze lavorative svariate. Questo rende ovviamente la prevenzione in ambito di sicurezza più complessa, non essendo presenti delle caratteristiche specifiche. I molestatori seriali sono i più pericolosi; gestiscono svariati profili fake e interpretano in contemporanea la parte dell’amico e quella dello stalker.

L’era dell’iperconnessione.
L’era contemporanea è iperconnessa, virtualmente globalizzata e la nuova generazione viene definita come quella dei “mobile born”.
Spesso si parla di “nativi digitali”, bambini che si interfacciano sin dalla nascita alla tecnologia avanzata, in contrapposizione alle precedenti generazioni analogiche.
Studi di imaging cerebrale mostrano che l’utilizzo di dispositivi digitali sin dai primi mesi di vita, aiuta a sviluppare il cervello in maniera peculiare, aumentando la velocità di apprendimento. Il cambiamento risulta quindi essere chiaramente di natura antropologica e non solo sociale.
Nasce così una nuova disciplina, la Cyberpsicologia. Secondo Tonino Cantelmi, docente di psicologia dello sviluppo all’Università Lumsa di Roma, primo ateneo ad aver attivato il primo corso italiano di Cyberpsicologia, “i mobile born, che oggi vanno all’asilo e alla scuola dell’infanzia, saranno futuri uomini e donne tecno liquidi che adotteranno schemi mentali e categorie di pensiero nuove; questi giovani troveranno normale il filtro della tecnologia.
Come è possibile ancora oggi studiare lo sviluppo del bambino, ma anche la sua salute e le patologie mentali, con categorie sorpassate, adatte alla realtà di cento anni fa?”
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A tal proposito (2019), nel capitolo Riflessioni sulla scuola post-fordista? del libro Dalla società fordista alla società digitale evidenzia come “l’apprendimento, base fondante delle differenti teorie dell’istruzione che si sono succedute nel corso del tempo, è un processo attraverso cui nuove conoscenze vengono acquisite ed integrate con quelle già in possesso.
Tale processo è dipendente dall’ecologia di sistema in cui l’individuo vive, dalle caratteristiche cognitive e personologiche del singolo, dagli stili di apprendimento, dalle strategie di coping, dalle strategie di mastery e dalla teoria della mente dello stesso.
Dobbiamo immaginare l’apprendimento come un processo dinamico, in continua mutazione e mai costante, in quanto influenzato dalle esperienze di vita che modificano la visione e l’approccio che il soggetto ha al mondo, inevitabilmente condizionati dall’ambiente culturale e dallo stato emotivo.”

E ancora, analizzando la realtà italiana “Nella scuola italiana il modello ricalcato è quello statico, pertanto, i bambini che entrano in questo circuito, sono subitaneamente catapultati in un’involuzione culturale tramite il distacco dalla realtà in cui sono immersi.
Il paradosso concerne il fatto che i giovani, oggi, per vivere un’esperienza come reale, necessitano di farla passare dal virtuale e, nel momento in cui entrano nel mondo della scuola, si trovano a doversi confrontare con la classe docente più vecchia d’Europa e non aggiornata, in molti casi, non solo rispetto alle evoluzioni tecnologiche, ma anche a quelle sociali”.

Questo divario non rende identificabili, da parte del corpo docente, quei segnali che potrebbero far comprendere che i propri alunni sono coinvolti in giochi online pericolosi in quanto il comportamento di questi viene osservato con un occhio atto a cogliere i comportamenti appartenenti alle generazioni antecedenti, quelle analogiche.
Sempre Brasi “i cambiamenti organizzativi degli ultimi anni, legati sia dall’emergere di un nuovo ambiente economico a livello globale, che all’introduzione di nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT), hanno sottolineato la centralità delle nuove tecnologie nella condivisione e nella gestione delle conoscenze, e pratiche organizzative sempre più eterogenee”, tutto ciò è essenziale che venga compreso per far sì che, la socialità a livello di social, non prenda il sopravvento su quella ad personam. I social hanno un potere di coercizione maggiore rispetto all’interazione “face to face” in quanto in grado di attivare in maniera più forte differenti aree psichiche e convergendo in tal modo, proprio per la tipologia di stimolazione, l’attenzione dei soggetti. “L’introduzione di tecnologie che permettono a gruppi disomogenei di attori di interagire senza essere fisicamente vicini, suggerisce nuove ed inesplorate dimensioni dei processi di interazione, comunicazione e apprendimento” (Brasi, 2019).
Solo comprendendo la socializzazione e la comunicazione digitale l’adulto può fornire gli strumenti critici al bambino per tutelarsi dai rischi della rete.
I contenuti del web sono di fatto illimitati e diversificati, il mondo virtuale è un ambiente non soggetto ad alcun reale controllo ed i mezzi di comunicazione stanno progressivamente acquisendo una configurazione socialmente condivisa. Si è venuto così a creare quello che viene definito come cyberspazio, una dimensione immateriale, uno spazio comunicativo illimitato, il cui sviluppo trascende lo schermo nelle interconnessioni tra le memorie informatiche. “Se da una parte le comunità virtuali possono sovrapporsi a quelle esistenti, dall’altra possono aumentare le opportunità dei propri membri creando delle reti di pratica tra soggetti che non si conoscono per il raggiungimento di un obiettivo comune di tipo economico o relazionale. Attraverso l’azione, l’artefatto viene percentualmente incorporato dal soggetto allargando i confini del sé.
Questo non vale solo per gli artefatti primari, come un bastone o una penna. Infatti, l’utilizzo efficace degli artefatti primari modifica i confini corporei, mentre l’utilizzo di quelli secondari e terziari altera il sistema informativo del soggetto (visione del mondo) e quindi i confini della situazione, con ripercussioni inevitabili sull’identità ed inestricabili rispetto all’evoluzione tecnologica”
 (Riva, 2008). È in corso una “dematerializzazione creata dal passaggio da un universo di esperienze pratiche a un universo di astrazioni simboliche. Il processo cognitivo si fonda sulla cultura tecnologica intesa sia come complesso di strumenti di mediazione, sia come ampliamento della mente stessa. Con internet tutti gli individui possono usufruire di una informazione a basso costo e in maniera assolutamente libera. Questo pone l’attenzione sulla necessità ancora maggiore di educare verso un pensiero critico” (Brasi, 2019).
La maggioranza dei ragazzi utilizza questi nuovi artefatti tecnologici con competenza tecnica, ma senza un’indispensabile capacità critica, ed ecco che si viene ad evidenziare lo stretto legame tra i vantaggi e i pericoli del mondo virtuale sulle identità mediate. Nella comunità virtuale, possono essere abbattute le barriere che creano timidezza, insicurezza, introversione. Queste caratteristiche, assieme al fatto che le comunità virtuali fanno sentire le persone come parte di un gruppo, creano una grossa attrattiva nel mondo degli adolescenti.
“Le tecnologie consentono che vi sia una rete sempre più fitta e sempre più articolata tra individui e gruppo, che vi sia un flusso ininterrotto di informazioni in tempo reale e nel sistema di relazioni, l’interattività intrinseca alle nuove tecnologie della comunicazione consente una fruizione variabile, personalizzata e specifica; infatti, anche se vengono diffusi messaggi identici per milioni di persone, è possibile ai singoli di adattarli alle proprie esigenze e di trasformarli in conoscenza. È anche possibile costruire gruppi che mettano in comune le conoscenze ed i saperi.
La multimedialità, la realtà virtuale, le reti telematiche, i satelliti digitali, Internet, modificano i processi di comunicazione del sapere, ma anche il modo in cui si acquisiscono. Questi cambiamenti inducono il passaggio da una società dell’informazione a una società cognitiva, è una rivoluzione basata sull’informazione, che consente all’intelligenza di acquisire nuove capacità.”
(Brasi, 2019).
Il cyberspazio si configura anche come un serbatoio enorme di emozioni a cui attingere nei momenti di vuoto, noia e monotonia, una enorme comunità virtuale caratterizzata dalla mancanza di uno spazio fisico/sensoriale condiviso. La creazione di un cyberspazio e la possibilità di navigare, cioè di esplorare questo spazio nuovo, richiede però la necessità di orientarsi, di avere un riferimento a cui aggrapparsi per non perdersi: è paradossale che, nella ricerca della libertà, in realtà si cerca qualcosa che limiti ponendo un confine, un appiglio per delimitare lo spazio entro cui ci si muove.
Si arriva cioè alla creazione di comunità virtuali: luoghi immaginari (ovvero virtuali) di aggregazione, di scambio, in cui fuggire dalla propria identità per costruirsene una nuova, aldilà di ogni consueto contatto umano, esclusa la parola (Degli Antoni, 2000).
Come sottolinea Riva (2008) la presenza, che permette al soggetto di situarsi in uno spazio fisico e sociale definendo i propri confini, diminuisce chiaramente nella comunicazione mediata. L’autore aggiunge che bisogna considerare che la presenza permette anche l’evoluzione del sé attraverso l’identificazione di esperienze ottimali e l’incorporazione degli artefatti ad esse associati; è un meccanismo selettivo e adattivo che permette al sé di evolvere migliorando la propria capacità intenzionale attraverso la distinzione tra interno ed esterno all’interno del flusso sensoriale. La presenza sociale, invece, che consente al soggetto di identificare l’altro e di attribuirgli uno status ontologico come simile a sé diverso dagli altri oggetti percepiti, cresce grazie alle interfacce evolute dei new media, permettendo una maggiore evoluzione del sé attraverso l’identificazione di esperienze condivise e l’incorporazione di questi nuovi artefatti ad esse associati.

L’adescamento.
Al giorno d’oggi gli adolescenti non vivono solo in contesti reali, come la scuola, il gruppo di amici extrascolastici, ma anche “altrove”, in mondi virtuali che diventano sempre più accattivanti con il progredire della tecnologia. Con l’arrivo della pandemia Covid-19 si trovano in realtà immersi prevalentemente nel virtuale.
“Nativi digitali” o “madrelingua del linguaggio digitale”, sono termini coniati da Marc Prensky (2001), per indicare le nuove generazioni che sono cresciute negli ultimi 15 anni in una società in cui l’essere connessi rappresenta un dato di fatto, un’esperienza connaturata nella quotidianità (Raskauskas 2007). Abituati all’esercizio della funzione multitasking, all’istantaneità degli ipertesti e a una connettività illimitata, i giovani di oggi assorbono e fanno proprie tutte le novità delle moderne comunità virtuali, estese ormai a livello globale, comunicando in tempo reale e instaurando relazioni senza alcun confine di spazio (Ferri, 2011). Tuttavia, la velocità dell’evoluzione tecnologica e il cambiamento nelle modalità di comunicazione online, non ha permesso ai “cittadini digitali” di scindere consapevolmente i comportamenti ammissibili in rete da quelli problematici e potenzialmente dannosi.
Così, parallelamente all’uso consapevole e intelligente della rete Internet, si è sviluppato e diffuso un uso distorto e improprio, il cui confine appare spesso labile e pericoloso. “Non è da sottovalutare il fatto che siamo anche soggetti ad una moltitudine di informazioni che giungono ai nostri organi di senso in maniera rapida, continua, costante. Siamo immersi nell’iperstimolazione. Non si hanno né il tempo né la possibilità di processare il quantitativo di stimoli. L’effetto è quello di far sì che l’informazione rimanga ad un livello superficiale, in quanto manca l’effettivo tempo dell’elaborazione e della rielaborazione. Si percepisce troppo e troppo in fretta, con la conseguenza che si conosce sempre meno. I tempi evolutivi del nostro cervello sono molto più lenti di quelli dell’evoluzione tecnologica, con la conseguenza di un emergere di quadri ansiogeni e depressivi. Nella società odierna, difatti, si deve essere performanti, sempre, in maniera costante ed il livello delle prestazioni deve crescere in continuazione. La competizione è sempre maggiore, la richiesta è sempre competitiva e non viene lasciato mai spazio alla noia. I bambini ed i ragazzi di oggi, oltre a essere sovra stimolati, sono investiti anche dalle richieste genitoriali di performance; spesso, su di essi, vengono riversati i desideri non realizzati dei genitori, ai quali i figli sono chiamati a rispondere” (Brasi, 2019). Ed è su questo meccanismo che le challange fanno leva, richiamano il bisogno di eccellere nelle performance. A differenza dei luoghi educativi, lo spazio virtuale è riuscito a cogliere questo bisogno indotto e ad utilizzarlo a proprio favore per giochi intrisi di sadismo. In questo meccanismo l’adulto disturbato pone in essere l’adescamento e la manipolazione attraverso precise tecniche.
L’adescamento fa leva sui bisogni dei bambini e degli adolescenti contemporanei che si possono così sintetizzare:
– bisogni di sicurezza: nel social network le persone con cui comunico sono solo “amici” e non estranei, posso scegliere chi è “amico”, controllare che cosa racconta di sé e commentarlo.
– bisogni associativi: con i miei “amici” posso comunicare e scambiare opinioni, risorse e applicazioni, se voglio posso perfino cercare l’anima gemella.
– bisogni di autostima: io posso scegliere i miei “amici”, ma anche gli altri possono farlo, pertanto se gli altri mi hanno scelto come “amico” allora “valgo”.
– bisogni di autorealizzazione: posso raccontare me stesso, come voglio e posso usare le mie competenze anche per aiutare qualcuno dei miei “amici” che mi ascoltano.
Come sottolinea la ricercatrice americana Valerie Barker (2009), i social network sono usati in modo differente dai soggetti di sesso maschile, prevalentemente per soddisfare bisogni di autostima e autorealizzazione, e da quelli di sesso femminile, soprattutto per soddisfare bisogni associativi. Ma l’attrazione verso i social network non si spiega solo con la loro capacità di offrire numerose opportunità ai propri utenti, perché diverse ricerche che sono state condotte dagli psicologi della IULM e della Cattolica di Milano (Cipresso et al., 2010; Mauri et al., 2010) hanno mostrato la capacità dei social network di produrre delle “esperienze ottimali”, definite di “flusso” (flow), in grado di fornire una ricompensa intrinseca ai propri utenti. Dunque, le ragioni primarie che spingono le persone ad utilizzare i social network sono: la probabilità di trovare in essi delle opportunità rilevanti e la possibilità di sperimentare grazie ad essi delle esperienze ottimali. In questo modo, i social network permettono per la prima volta la creazione di reti
Come visto in precedenza, questi personaggi che gestiscono più profili fake, interpretano in queste challange al contempo il ruolo dell’amico e quello dello stalker. Uno pronto a suggerire strategie autodistruttive contro l’altro.
Nel caso di Jonathan Galindo si fa leva sull’horror, con la capacità magnetica di spaventare attraverso le paure presenti nell’imago. I
l genere horror ha origini antiche e affonda le proprie radici nel folclore e nella tradizione religiosa, concentrandosi su temi della morte, dell’Aldilà, del male, del demonico e sul principio della “cosa” incarnata nell’essere umano. Tali elementi hanno in passato trovato corrispondenza in storie di esseri come streghe, vampiri, licantropi e fantasmi; in epoca moderna si sono evoluti in personaggi come IT per arrivare a quella contemporanea a personaggi come Jonathan Galindo.
In passato vi era la letteratura dell’orrore, un genere narrativo che nasce dall’innesto del soprannaturale sulla realtà quotidiana in maniera tale da suscitare nel lettore sentimenti di repulsione istintiva e terrore che si è evoluta nel fumetto per poi arrivare al cinema. Uno dei grandi romanzieri che contribuirono allo sviluppo del genere horror fu Edgar Allan Poe dove, nei suoi racconti, descrive situazioni ed esseri soprannaturali che accentuano la paura dell’ignoto presente in ognuno di noi.
In seguito l’aspetto orrorifico si diffuse e si intrecciò anche con altri generi narrativi; è il caso di “Frankestein” di Mary Shelley che mescola fantascienza e horror per arrivare al romanzo “Lo strano caso del Dr Jeckyll e Mr Hyde” di Robert Louis Stevenson dove il tema è la presenza del bene e del male in ciascun uomo. Ed è così che giungiamo a Stephen King con il sopraccitato “IT”.
Ma per comprendere davvero perché vi sia una così forte attrazione nei confronti dell’horror dobbiamo andare alle origini del teatro greco, riprendendo il concetto aristotelico di empatia, ossia la capacità di vivere come proprie le emozioni altrui. Durante gli spettacoli teatrali nell’Atene classica, attraverso le vicissitudini dei personaggi tragici, venivano purificati il corpo e l’anima. Nel caso dell’horror parliamo invece della liberazione dal maligno. L’horror attrae perché desideriamo essere spaventati e veniamo coinvolti dal grande impatto emotivo. Il cattivo, inoltre, nella nostra immaginazione, deve imparare la lezione. I fattori primari che attirano nel genere horror sono:
– la tensione generata da suspance, il mistero, lo shock e il gore;
– la rilevanza che è correlata all’importanza personale conferitagli, alla pregnanza culturale, alla paura della morte;
– l’irrealismo, in quanto la natura fittizia del genere horror offre una sensazione di controllo, ponendo distanza psicologica tra sé e gli atti violenti a cui si assiste.
Le persone sono consapevoli che gli eventi non sono reali ed è proprio ciò che va a garantire la distanza psicologica dagli orrori rappresentati. La funzione dell’horror è quella di esorcizzare le nostre paure facendole emergere e consentendoci di provarle in un contesto di sicurezza, lavorando a un livello universale, superando confini nazionali e funzionando in diversi contesti culturali. A livello neurofisiologico il genere horror costituisce un forte stress per il cervello, causando una sensazione molto positiva e procurando un aumento dell’autostima, un cocktail che consente al cervello di divertirsi in situazioni che, a priori, dovrebbero essere percepite come negative.
Di fronte ad una situazione che scatena paura possiamo reagire in modi diversi, ma la risposta fisiologica di base sarà sempre la medesima, verrà liberata adrenalina e nel sangue aumenteranno i livelli di cortisolo e di zucchero.
La mente al contempo è però sicura che non vi sia nessun reale pericolo, ragion per cui trasmetterà al corpo una forte sensazione di piacere consentendo di godere di queste sensazioni consumando le sostanze liberate senza l’interferenza di nessuna minaccia reale.
Un altro elemento su cui fa leva la challenge di Jonathan Galindo è la leggenda metropolitana, storie narrate come vere, dal contenuto inquietante, in un quadro inverosimile, ma in uno scenario reale. Questo è il paradigma su cui gioca la leggenda metropolitana, se non vi fosse un ricorso alla possibilità che esse possano essere vere, l’immaginario orrorifico non si attiverebbe. In un’epoca di alfabetizzazione diffusa, di mezzi di comunicazione di massa molto rapidi e di viaggi frequenti (quantomeno in epoca pre-pandemica), può sembrare improbabile che continuino a crearsi delle leggende, ciò in realtà non è vero e continua a esserci l’antica abitudine a trasmettere in modo informale le nostre tradizioni. Il meccanismo, per quanto possa sembrare differente, funziona comunque allo stesso modo, sia che la trama riguardi un drago nella caverna che un Pippo umanizzato. La storia viene raccontata come accaduta nella propria città (es. ho visto Jonathan Galindo nel giardino di casa) e, la stessa storia, viene raccontata identica in altre nazioni all’altro capo del mondo.
L’attrattiva dell’horror non è però sufficiente a spiegare come sia possibile giungere a togliersi la vita per una challenge, per farlo è necessario porre in esame le componenti psichiche che vengono coinvolte in queste sfide sui social. Uno degli elementi su cui fa leva il meccanismo è quello dello stress. Robert Hook (Hinke, 1973), definisce lo stress dal punto di vista fisico e biologico per mezzo di una metafora: “un individuo è come un ponte, deve essere in grado di sostenere pesanti carichi e resistere agli agenti atmosferici esterni”. Partendo da questo costrutto l’autore individua tre concetti fondamentali:
1- Il carico (load), ossia le forze esterne che compromettono la stabilità del sistema.
2- La pressione (stress), ossia l’azione del carico sulla struttura.
3- La tensione (stain), rappresentata dalla possibile deformazione della struttura prodotta dall’azione del carico e dalla sua conseguente pressione.
Partendo da questa concezione Syle (1974) la amplia introducendo due differenti tipologie di stress: l’eustress, la componente positiva (dal greco eu:buono) e il distress, quella negativa (dal greco dis: cattivo).
Se i livelli di stress vengono contenuti entro certi parametri si ha una reazione adattiva nei confronti dell’ambiente, se invece i livelli di stress eccedono, la prestazione cognitiva viene compromessa. Secondo Levi (1972) l’eustress si propone nel momento in cui il soggetto non è in grado di gestire la situazione e, come risultante, si avrà l’emergere di una condizione di ansia. Le ragioni per cui ciò accade possono essere dipendenti da svariati fattori quali ad esempio il perdurare nel tempo della situazione stressogena, o il verificarsi, in contemporanea, di più eventi stressogeni. Le caratteristiche degli eventi generanti dal distress hanno tre caratteristiche principali: sono incontrollabili, sono minacciosi per la salute e sono difficilmente prevedibili (Cassidy, 2002).
La posizione espressa da Levy (1972) e Selye (1974) viene approfondita da Lazarus (1966), il quale individua tre categorie di stress che vanno a descrivere perfettamente cosa accade nei contesti nostro oggetto di analisi:
1- il danneggiamento/perdita (harm/loss): avviene quando l’evento negativo ha avuto luogo e viene identificato con la risposta individuale ad una particolare situazione;
2- la minaccia (threat): si riferisce alla possibilità prossima che si verifichi un evento negativo;
3- la sfida (challenge): consiste dell’individuare le difficoltà in vista del raggiungimento di determinati obiettivi e, attraverso tale consapevolezza, superare le situazioni complesse attraverso la persistenza e la sicurezza in sé.
Secondo Lazarus (1981) la valutazione di tali situazioni è soggettiva e, partendo da tale presupposto, definisce lo stress come un’attivazione dell’organismo in relazione alla valutazione (appraisal) di eventi che sono percepiti dall’individuo stesso come minaccia per il proprio benessere psicofisico. Lo stress è quindi una risposta all’ambiente, nello specifico Lazarus analizza il concetto di stress considerandolo come la risultante dell’interazione tra le differenti variabili ambientali (richieste) e le caratteristiche dell’individuo (capacità). Ma se questi meccanismi vengono volontariamente utilizzati con l’intento di ledere, possono diventare dei manipolatori in grado di condizionare al punto di spingere un individuo a togliersi la vita. Si consideri che, come ogni processo, anche lo stress segue una dinamica evolutiva. Durante il processo evolutivo, difatti, accanto ad un’attivazione fisiologica aspecifica di tipo adattivo, intervengono fattori cognitivi ed emotivi che guadagnano rilevanza. Se da un lato ciò è in grado di migliorare l’adattabilità e la difesa dell’individuo nei confronti dell’ambiente, dall’altra interferisce con il normale processo di risposta psico-fisiologica dinnanzi a situazioni stressanti. Scheren (2001), nella sua teoria sulle componenti del processo (Component Process Model) indica come l’organismo attui cinque tipologie di risposta ad uno stimolo:
1. novità;
2. piacevolezza intrinseca;
3. coerenza con i propri piani;
4. abilità a gestire l’evento percepito;
5. compatibilità dell’evento con il concetto di sé e con le norme sociali.
Nel caso di un bambino è chiaro come, ognuno dei singoli elementi, sia immaturo. Il bambino si sta costruendo il suo bagaglio esperenziale al fine di divenire un adulto efficace e competente, in grado di non farsi travolgere dagli eventi, un adulto resiliente. Secondo Scheren (2001) è solo attraverso un’adeguata valutazione di queste componenti che l’organismo è in grado di rispondere.
L’aspetto emotivo quindi, nel caso di un bambino, sarà quello che prevaricherà le sfere razionali legate al ragionamento. L’emozione è di fatto concettualizzata come un processo dinamico, basato sull’appraisal soggettivo degli eventi significativi. Una recente evidenza empirica (Schren 2009) è stata proposta a conferma di questo modello. Particolare enfasi viene data agli aspetti dinamici dei processi emotivi, in particolare la sequenza di validazioni in risposta allo stimolo e la sincronizzazione del sistema di risposta, così come la capacità del modello di prevedere le differenze individuali nella risposta emotiva.
Come afferma Lazarus (1993), l’appraisal è il mediatore cognitivo delle reazioni di stress, nel senso che può essere considerato il processo universale attraverso cui le persone valutano costantemente il significato di cosa sta accadendo per il loro benessere personale. In una situazione stressante risulta quindi essenziale comprendere come una persona percepisce l’incongruenza e la dissonanza tra sé stesso e ogni dimensione del contesto che si trova ad affrontare. Ma per un bambino è tutto nuovo, il processo di costruzione del sé identitario è solo agli albori, le connessioni cerebrali si stanno ancora sviluppando e sarà solo dall’adolescenza in poi che verranno mantenute attive solo quelle più funzionali. Oltretutto, tra i 6 e i 12 anni il bambino si trova nello stadio operatorio concreto, dove l’egocentrismo non è ancora stato superato e questo gli rende ancora difficile comprendere la prospettiva altrui. Solo dai 12 anni, con l’entrata nello stadio dell’intelligenza formale sarà in grado, grazie alla comparsa del pensiero ipotetico-deduttivo, a partire da premesse ipotetiche, di compiere operazioni logiche per giungere a significati appropriati. È una tipologia di pensiero astratto che rende possibile il compimento di induzioni e di deduzioni, consentendogli di ragionare su situazioni nuove ed ipotetiche, manipolando pensieri astratti.

COMPETENZE E STRATEGIE PSICOLOGICHE E COGNITIVE DI CONTRASTO
Come precedentemente indicato, fenomeni come quello delle challenge, giocano sugli elementi stressogeni consentendo l’attivazione di meccanismi automatici. Gli eventi stressanti hanno difatti delle caratteristiche sia oggettive che soggettive (Sanason, Johnson e Suegel, 1978) che influenzano i processi in maniera differente. Le caratteristiche oggettive hanno conseguenze che sono condivise tra individui che sperimentano eventi simili, e ciò accade sia nel mondo reale che in quello virtuale. Ciò nonostante, tali caratteristiche degli stressors, sono meno importanti delle caratteristiche soggettive. In linea con il modello “Transazionale dell’ecologia dello Stress” (Transactional Model of Stress) (Lazarus, 1996, 1981, 1991), in una situazione stressante è importante capire come la persona percepisca l’incongruenza e la dissonanza tra sé stesso e ogni dimensione del contesto che si trova ad affrontare; la prospettiva situazionale (o transazionale) rappresenta il paradigma dominante in questo ambito (Lazarus, 1999, 2000; Lazarus e Folkman, 1984). L’assunto fondamentale di questa prospettiva è che il coping è un processo che include le interazioni tra la persona e il loro ambiente fisico e psico-sociale. La visione transazionale del copingè altamente cognitiva e sottolinea l’importanza del processo di appraisal relativo alle modalità con cui l’individuo vede le richieste della situazione (appraisal primario) e le risorse personali e interpersonali (appraisal secondario). La combinazione dei due appraisal determina l’intensità dello stress che l’individuo sperimenta e questo, a sua volta, influisce sulla scelta delle risposte coping da attivare. Halper (1995) indica come, a suo parere, andrebbe aggiunto un terzo tipo di appraisal: l’appraisal del controllo che include una valutazione del problema. Questo tipo di appraisal relativo all’attribuzione delle cause delle diverse situazioni, potrebbe essere considerato nei termini del continuum interno-esterno (locus of control). L’approccio di Lazarus et coll. è da sottolineare come sia stato influenzato dai modelli del “Valore dell’Aspettativa (Expectancy-value-model) che assume che la probabilità che un comportamento venga attuato dipendentemente dal valore dell’obiettivo della persona e dell’aspettativa relativa al fatto che il comportamento possa essere efficace nel raggiungere l’obiettivo stesso.
Nelle challenge le variabili ambientali che influiscono emotivamente sono: le richieste, le costrizioni, le opportunità e la cultura (Lazarus, 1999).
1. Richieste: consistono in previsioni più o meno implicite che il contesto sociale in cui l’individuo è inserito manifesta. Tali richieste ambientali vengono internalizzate in momenti differenti della vita ed il conflitto che queste possono creare nei confronti delle credenze individuali e degli obiettivi innati, possono essere una profonda fonte di stress.
2. Le costrizioni: definiscono tutto ciò che un individuo non deve fare. Tale variabile è strettamente correlata alla cultura di appartenenza. Le costrizioni interferiscono in maniera diretta con le risorse individuali di coping, inducono le persone a scegliere delle strategie di gestione delle situazioni stressanti che siano adattive rispetto ad un contesto sociale in cui l’individuo stesso è inserito.
3. Le opportunità: possono essere riferite ad un momento fortunato della propria vita oppure all’abilità ed alla saggezza individuale di riconoscere e approfittare di una situazione vantaggiosa.
4. I fattori culturali: le emozioni, ed in particolar modo il processo di appraisal, possono essere influenzate dalla cultura di origine. Lazarus (1999) sottolinea il valore primariamente soggettivo dell’esperienza emotiva basato sulla valutazione dell’evento emotigeno.
Le variabili personali che influiscono emotivamente nell’ambito delle challenge sono: gli obiettivi e il loro ordine gerarchico, le credenze su sé e sul mondo e le risorse personali.
1. Alla base del raggiungimento degli obiettivi vi è la motivazione. Fallire nel raggiungimento di un determinato traguardo può indurre delle emozioni negative quali un grande senso di insoddisfazione, di tristezza e/o di incompetenza; di contro la progressione porta gratificazione e contentezza. Stabilire una gerarchia, considerando le proprie competenze individuali, i costi e i benefici determina la scelta di ciascun obiettivo personale e influenza la risposta emotiva di fronte alle diverse situazioni.
2. Le credenze sul sé e sul mondo fanno riferimento a come la persona percepisce sé stessa e sé stessa inserita in un contesto sociale. Le sue speranze, i suoi obiettivi, le sue paure e le sue aspettative, quali azioni deve mettere in atto per raggiungere i suoi obiettivi e quali compromessi dovrà accettare.
3. Le risorse personali delineano quello che siamo in grado di fare e quello che non siamo in grado di fare, influenzando in maniera significativa le nostre credenze, i nostri obiettivi e le nostre capacità di far fronte (coping) a determinate situazioni stressanti. In questa categoria rientrano l’intelligenza, la salute, le risorse economiche e il supporto sociale, sia familiare che amicale.
Altro elemento importante al fine della comprensione dell’aspetto emotivo, è il fatto che, la realtà virtuale, è una “tecnologia emotiva”, in grado di offrire opportunità (affordance) emotive personalizzate, in maniera mirata e controversa. La maggior disponibilità tecnologica ha consentito di verificare sperimentalmente il potenziale di strumenti di induzione emotiva. A tal proposito è essenziale citare la teoria del Core Affect (Affetto Nucleare) di Russell il quale afferma che esiste la possibilità di modificare il core affect attraverso contenuti di coscienza basati sia sulla realtà che sulla finzione. Ciò apre alla possibilità di utilizzare il Core Affect col fine di indurre emozioni: si ha un’emozione quando la variazione del core affect viene attribuita a un oggetto specifico. Ed è quello che accade nelle challenghe: la possibilità di pianificare delle “esperienze virtuali” in cui i partecipanti hanno un ruolo attivo vivendo esperienze che li facciano sentire competenti, efficaci e in grado di controllare l’interazione. Questo concetto è alla base dell’agency, esplicitata da Bandura (1977). Le persone compiono delle scelte e motivano e regolano il loro comportamento sulla base del sistema di credenze.
Il modello transazionale di Lazarus (1981) presentato in precedenza, prevede che, tra il cambiamento ambientale (lo stressor) e la risposta dell’organismo, si inserisca la mediazione cognitiva, ossia quel processo che unisce la valutazione dell’evento, quindi l’interpretazione di ciò che sta accadendo, con la valutazione delle risorse soggettive (coping).
Come visto in corso di disamina, i bambini sono maggiormente esposti a fenomeni come quelli delle challenge non avendo a disposizione l’esperienza necessaria a decodificare correttamente gli elementi derivanti dal sistema ecologico, sia esso appartenente alla vita reale o a quella virtuale. Di conseguenza viene meno anche il possedimento di strumenti atti al fronteggiare la problematica. Dal punto di vista emotivo non possiedono padronanza neanche in quell’ambito e, come evidenziato, l’aspetto emotivo è quanto viene utilizzato come leva dai promotori di questi giochi in rete. Non è più semplice la situazione nemmeno per gli adolescenti i quali, oltre ad una maturità cognitiva ed emotiva non ancora sopraggiunta, devono interfacciarsi con delle dinamiche intrinseche alla fase di sviluppo adolescenziale. Per questo motivo si presenterà cosa si può fare in termini psicologici e cognitivi per aiutare lo sviluppo del processo di consapevolezza.
1. Attribuzione del significato situazionale
Secondo il modello teorico dell’apprasail (Arnold, 1960; Lazarus, 1966, 1981, 1990, 1999, 2003, 2006; Scheren, 1984, 1985, 1986, 1987, 1991, 2001, 2005), il processo che consente di percepire una situazione come stressante può avvenire in due modi:
– Adottando una prospettiva razionale è possibile che il soggetto intuisca una minaccia nella situazione in cui è inserito e, quindi, necessiti di prendere del tempo per riflettere sulle conseguenze ed opportunità di azione per gestire l’evento negativo.
– In linea con una prospettiva più emotiva, invece, il corpo può reagire ad uno stimolo in modo più rapido della risposta razionale, riconoscendo istintivamente una condizione di pericolo prima ancora di avere la totale consapevolezza della minaccia.
Si sottolinea quindi l’esistenza di due modelli di attribuzione di significato situazionale: uno conscio, controllato e volontario, l’altro inconscio, automatico e involontario.
2. La valutazione degli eventi
All’interno della valutazione degli eventi riscontriamo tre passaggi: la valutazione primaria, quella secondaria e il coping (Lazarus, 2006).
– La valutazione primaria accerta la pertinenza e l’importanza di un episodio per il benessere dell’individuo, ossia il valore positivo o negativo dell’evento emotigeno.
– La valutazione secondaria consiste nella modalità in cui l’individuo può far fronte alla situazione emotigena e gestirla in relazione ai suoi bisogni ed aspettative.
– Il coping consiste nell’insieme di risorse che ogni individuo mette concretamente in atto per far fronte alla situazione che gli si presenta.
Lazarus (1991; 2006) ha posto particolare attenzione al fatto che, ciascuna emozione percepita, si riferisce a un particolare pattern di valutazione. Questo aspetto è stato denominato “tema relazionale centrale” (core relational theme), secondo cui ogni emozione provocata è collegata ai criteri di appraisal utilizzati per valutare l’evento stesso.
3. Le strategie di reazione.
Lazarus (1981), in relazione al processo di valutazione della situazione messo in atto da ciascun individuo, distingue tra due fondamentali strategie di reazione: le strategie di focalizzate sul problema e le strategie focalizzate sull’emozione
– Attraverso le strategie focalizzate sul problema l’individuo intraprende azioni, mette a punto un piano diretto alla soluzione del problema o cerca di trovare informazioni che facilitino la situazione.
– Mediante le strategie basate sull’emozione, l’individuo cerca di far fronte alla situazione stressante riducendo le reazioni emotive negative, ad esempio portando la propria attenzione su di un altro aspetto della situazione (Gross, 1998), o cercando conforto negli altri (supporto sociale).
– A seguito della valutazione soggettiva di un elemento (appraisal) percepito come minaccioso per il benessere dell’individuo, è possibile che si venga a modificare la sua risposta comportamentale ed emotiva. A questo punto il soggetto dovrà attivare delle risorse personali che lo aiutino a far fronte alla situazione (coping). Qualora la persona si renda conto di non essere in grado di gestire la situazione, possono sorgere delle emozioni negative quali ansia, rabbia e sfociare in una reazione di stress.
4. Il senso di efficacia personale
Questo sistema di credenze è alla base dell’agency umana. Se le persone non fossero guidate dalla convinzione di poter produrre risultati desiderati o evitare quelli non desiderato, non agirebbero e non persevererebbero nell’agire di fronte alle difficoltà. L’elemento centrale del costrutto di agency è dato dalla percezione di controllo e dal potere di produrre cambiamenti in accordo con le proprie azioni.
5. I diversi approcci al cambiamento soggettivo
I contributi più recenti della psicologia (Safran e Greenberg, 1991) mostrano l’esistenza di due diversi approcci di cambiamento soggettivo: dal basso verso l’alto (bottom-up) e dall’alto verso il basso (top-down.
– Bottom-up: in questa modalità di cambiamento una trasformazione dell’esperienza (percettiva e/o emotiva, individuale e/o sociale porta ad una valutazione do ordine comportamentale (prima) e concettuale (dopo).
– Top-down: in questa modalità di cambiamento un intervento sulle credenze e sulle regole implicite che guidano il comportamento (individuale e/o sociale) porta ad una variazione di tipo comportamentale (prima) per poi influenzate il livello percettivo e/o emotivo (dopo).
Ciò avviene perché il nostro sistema cognitivo è organizzato su due sistemi: intuizione e ragionamento.
– Intuizione: genera impressioni relative alle caratteristiche degli oggetti percepiti e pensati. Queste impressioni, rapide e poco costose dal punto di vista computazionale, non sono volontarie e spesso non sono immediatamente consapevoli. Il cambiamento che passa attraverso le intuizioni segue un percorso bottom-up.
– Ragionamento: genera giudizi, lenti, seriali, costosi dal punto di vista computazionale e sempre espliciti e intenzionali. Il cambiamento che passa attraverso il ragionamento segue un percorso bottom-up.

I fattori di protezione giocano un ruolo fondamentale nel contrastare gli effetti negativi delle circostanze di vita avverse, favorendo un adattamento positivo e potenziando quindi la resilienza. Sembra quindi che i fattori di protezione possano essere considerati l’esatto opposto dei fattori di rischio (Stouthamer-Loeber, 1993). Ad esempio l’armonia famigliare è un fattore di protezione mentre il conflitto famigliare è un fattore di rischio. Ma non sempre è così, in molti casi lo stesso fattore può essere considerato un fattore di rischio o di protezione in base alla sua intensità. Ad esempio il controllo genitoriale può divenire un fattore di rischio se è scarso o se è eccessivo, ma è un fattore di protezione se viene esercitato in un giusto grado.
Differenti ricerche hanno indicato l’esistenza di tre macro aree di fattori protettivi: caratteristiche individuali, ambiente famigliare e contesto sociale allargato (Masten, 1994; Rutter, 1987; Werner & Smith, 1992). Relativamente all’individuo i fattori di protezione consistono nell’autonomia, nel senso di fiducia personale, apertura alle relazioni sociali, capacità di risolvere i problemi e prendere decisioni, porsi degli obiettivi ed essere in grado di raggiungerli. Perché una persona sviluppi resilienza è inoltre fondamentale che sperimenti una figura di riferimento positiva dentro e fuori dalla famiglia, abbia la possibilità di fare delle esperienze che aumentino la propria autostima e autoefficacia (Losel, 1994). È altresì importante che un bambino si senta protetto dalla famiglia di fronte a situazioni di disagio e sperimenti un forte legame affettivo e di unione non solo con i genitori ma anche con i parenti, amici e il vicinato, si costruisca cioè fin da piccolo una fitta e solida rete sociale. Una comunità competente infine, riesce ad effettuare degli interventi di promozione del benessere favorendo la coesione sociale, la partecipazione e la solidarietà.
Per una panoramica puntuale (Benard, 1991; Catalano & Hawkins, 1996; Marcus & Swisher, 1992; Resnick, 1997) dei principali fattori protettivi emergenti dai differenti Le persone poste di fronte a una domanda ne valutano la natura e l’intensità così come valutano se hanno o meno le risorse richieste per affrontarla e quali possano essere le conseguenze. Lo stress deriverà quindi dalla personale valutazione della domanda come eccessiva per le proprie capacità di coping e potenzialmente portatrice di conseguenze negative. A questa valutazione cognitiva va aggiunta la valutazione del contesto in cui viene posta la domanda. Di fronte a eventi intensamente spiacevoli, situazione ambigue sul cosa ci si aspetta da noi, situazioni dall’esito incerto, i livelli di stress aumentano per la maggior parte delle persone perché sono tre situazioni nelle quali difficilmente si sente di avere delle sufficienti capacità di coping (Wolpe, 1969).
La relazione tra la persona e il suo ambiente consiste in un interscambio dinamico. Le persone di fronte ad un evento cercano di affrontarlo e così facendo modificano la situazione di partenza. La nuova situazione viene rivalutata e le persone continuano a cercare di farvi fronte. Inoltre, a determinare il livello di stress percepito, è il grado con il quale le richieste poste dall’evento corrispondono alle risorse personali a disposizione per rispondere all’evento. Nel caso ci sia una buona corrispondenza tra le richieste dell’ambiente e le risorse personali a disposizione, come spesso accade negli individui resilienti, il livello di stress percepito sarà basso. In caso contrario il livello di stress sarà elevato. Ci sono anche delle situazioni che pongono delle richieste così eccessive che virtualmente nessuno può sentire di avere delle risorse sufficienti e se queste situazioni perdurano per molto tempo diventa difficile per una persona riuscire a reagire in modo resiliente.
La capacità di affrontare in modo resiliente gli eventi per stressanti è influenzata inoltre da alcune caratteristiche personali che possono essere riassunte con la consapevolezza di essere un agente attivo. La consapevolezza è strettamente correlata alla fiducia in sé stessi, all’autoefficacia, al locus of control interno, all’ottimismo e alla speranza. Kumpfer (1999) evidenzia come le persone che possiedono le qualità appena elencate tendono a essere più persistenti e determinate e questo influenza l’essere resilienti. Nel corso della vita a seconda del numero e delle esperienze di successo che si sperimentano, si acquisisce consapevolezza di sé stessi, del proprio posto nel mondo, di quanta parte si ha nel cambiare il proprio ambiente circostante, della responsabilità che si ha nel dirigere le proprie azioni. Tutto questo aumenta l’abilità di far fronte alle avversità e di continuare a crescere. Questo è ciò che Kumpfer considera come processo resiliente. Le cinque componenti del modello fin qui descritte, interagiscono tra loro in modo dinamico e il risultato dell’interazione è rappresentato dal fatto che le persone resilienti di fronte agli eventi della vita imparano nuovi modi per farvi fronte, acquisiscono la capacità di affrontare sempre meglio un numero sempre maggiore di situazioni, aumentando così la loro capacità di adattarsi. In sintesi gli individui che hanno un adeguato repertorio di risorse per affrontare gli eventi della vita e la capacità di riprendersi dalle sfide che incontrano, tendono ad essere sempre più flessibili e adattabili, qualità che sono essenziali per avere successo (Hiebert, 2006).
Dagli studi più recenti condotti in ambito, sia psicologico sia neuro-psicobiologico, emerge con forza l’idea che la resilienza come costrutto psicologico ha anche una importante controparte fisiologica strettamente correlata con la salute fisica e il benessere psicologico. Le evidenze a favore di questa affermazione sono molteplici. Sterling (Sterling, 1988) e McEwen (McEwen, 2002) hanno messo in correlazione l’adattamento positivo di fronte ad un evento stressante che caratterizza gli individui resilienti con l’allostasi. Quando il nostro organismo è in allostasi sta apportando minime variazioni nel suo funzionamento in risposta alla valutazione delle situazioni e all’anticipazione delle possibili richieste. L’obiettivo di questi aggiustamenti che sono a carico del sistema neuroendocrino, del sistema nervoso centrale e del sistema immunitario, è quello di mantenere lo stato di omeostasi dell’organismo. Quando però l’evento stressante perdura nel tempo, o è particolarmente acuto, questi aggiustamenti diventano sempre maggiori in quantità e intensità e ci fanno entrare in uno stato allostatico che se perdura può portare a un danneggiamento dei tessuti e a una desensibilizzazione delle cellule. Lo stato allostatico rappresenta quindi il prezzo che il nostro organismo paga per una gestione eccessiva o inefficiente della situazione stressante. Tugade e Fredrikson (2004) hanno invece dimostrato come la capacità degli individui resilienti di sperimentare emozioni positive anche in situazioni di ansia e stress consenta di abbassare l’attivazione cardiovascolare in modo più rapido. In modo analogo uno studio sui correlati neuronali della resilienza ha evidenziato come negli individui resilienti, si abbia un’attivazione dell’insula anteriore solo in presenza di stimoli realmente negativi, consentendo così di preservare le proprie risorse fisiche e psichiche con un conseguente benessere fisico e psicologico (Waugh, (in press). Edelman (Edelman, 1992) ha invece posto in evidenza la funzione plastica del cervello capace di sostenere il soggetto traumatizzato grazie alla riattivazione funzionale di circuiti neuronali del benessere. Dennis (Dennis, 2004) in uno studio sui meccanismi psicobiologici, correla undici mediatori neurochimici, neuropeptidici e ormonali alla risposta di adattamento positivo esibita da individui resilienti di fronte ad eventi stressanti. Tra i mediatori individuati sembrano particolarmente degni di nota il sistema cortisonico-dehydroepiandrosterone (DHEA). In situazioni stressanti si ha un incremento del cortisolo che agendo sui nuclei centrali dell’amigdala contribuisce ad accrescere l’arusal. Una quantità eccessiva e continua di cortisolo può generare effetti dannosi a livello ematologico e cardiologico. Per attenuare e mediare l’effetto del cortisolo viene rilasciato in modo episodico ma sincronizzato con il rilascio di cortisolo il DHEA. Diversi studi hanno dimostrato che il DHEA promuove la resilienza, sono state infatti dimostrate sia una correlazione positiva tra alti livelli di DHEA nel sangue e l’adattamento positivo ad eventi fortemente stressanti, sia una correlazione negativa tra bassi livelli di DHEA e i sintomi depressivi (Goodyer, 1998). Un altro mediatore di interesse coinvolto nelle risposte adattive agli eventi stressanti è il Neuropeptide Y, che agendo su differenti regioni del cervello, tra le quali l’amigdala e l’ippocampo, è in grado di esercitare un effetto ansiolitico. Alcuni studi preliminari hanno evidenziato che alti livelli di neuropeptide Y sono correlati con le migliori performance ottenute durante un compito fortemente stressante, mente bassi livelli sono stati rinvenuti in pazienti con un PTSD (Post Traumatic Stress Disorder) (Mathe, 2002; Rasmusson et al., 2000). Seppur con meccanismi differenti e agendo su regioni cerebrali diverse anche la Galanina sembra esercitare lo stesso effetto del neuropeptide Y.

Inquadramento normativo.
Al di là di chi si celi dietro lo pseudonimo di Jonathan Galindo o altro sconosciuto, il reato ascrivibile a quest’ultimo è l’istigazione al suicidio, punito ai sensi dell’art. 580 c.p che recita: “Chiunque determina altrui al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni. Se il suicidio non avviene, è punito con la reclusione da uno a cinque anni sempre che dal tentativo di suicidio derivi una lesione personale grave o gravissima. Le pene sono aumentate [c.p. 64] se la persona istigata o eccitata o aiutata si trova in una delle condizioni indicate nei numeri 1 e 2 dell’articolo precedente. Nondimeno, se la persona suddetta è minore degli anni quattordici o comunque è priva della capacità d’intendere o di volere, si applicano le disposizioni relative all’omicidio [c.p.p. 575, 576, 577]”.
La norma citata non contempla la condotta della persona del suicida, bensì del terzo che istiga, aiuta e rafforza il convincimento al suicidio di quest’ultima mediante il proprio comportamento. La fattispecie, dunque, sanziona tutte quelle condotte che sono in contrasto con l’autodeterminazione del bene vita e si inquadra come reato di evento il che non lo rende punibile a titolo di tentativo.
La giurisprudenza prevede che per la configurabilità del reato siano necessari due elementi:
– 1) la dimostrazione di un contributo obiettivo all’azione di suicidio;
– 2) la prefigurazione dell’evento in dipendenza della condotta (Cass. Pen. n. 22782/2010).
L’ipotesi delittuosa richiede sia la formazione della intenzione suicida sia la condotta autolesiva della vittima e l’esecuzione materiale dell’evento infausto da parte di quest’ultima. Nel caso che occupa, occorre sottolineare la circostanza che la condotta del soggetto attivo è stata posta in essere mediante l’utilizzo di un social network (o chat privata tipo WhatsApp o Telegram), dunque a distanza, ma comunque idonea a formare il proponimento suicida.
È altresì necessario per la sussistenza del reato o il dolo generico, ossia una volontà cosciente e libera, o un dolo specifico col fine della morte del soggetto passivo (Cass. Pen. 25/02/48).
Giova sottolineare l’importanza dell’ultimo comma dell’art. 580 c.p. in ragione della clausola di salvaguardia in esso cristallizzata. In virtù di questa, laddove infatti vi sia una istigazione diretta contro un minore infraquattordicenne o una persona totalmente priva della capacità di intendere e di volere, è prevista l’applicazione della disciplina dell’omicidio comune, disciplinato dall’art. 575 c.p. nei confronti dell’istigatore in ragione della maggiore vulnerabilità della vittima.
Rispetto al caso concreto in esame, è importante menzionare la vicenda Blue Whale Challange, sulla quale si è pronunciata la Corte Cassazione con sentenza n. 57503 del 2017, a seguito della impugnazione della ordinanza del Tribunale di Roma che non aveva accolto l’istanza di riesame. Di centrale rilevanza il dettato del testo della pronuncia in punto di istigazione al suicidio, nella parte in cui si legge che la punibilità dell’istigazione presuppone la ricezione della stessa e l’effettuazione del proposito suicida. Non è quindi punibile l’istigazione a cui non segue il suicidio o tentativo dello stesso. Tuttavia, il precedente in questione è ben diverso dal caso de quo; infatti in quest’ultimo caso il minore ha compiuto il suicidio.
Va ricordato anche il triste e noto caso di una ragazza quindicenne che ha aderito ad una challenge nota col nome “Benadryl”, un farmaco del quale la giovane ha assunto una dose mortale. La sfida consisteva proprio nel riprendere sé stessi in preda agli effetti del medicinale.
Rispetto all’analisi della vicenda di cui trattasi è opportuno menzionare, solo in ragione dei beni giuridici tutelati, una recente pronuncia del Tribunale di Parma che, ancora una volta, sottolinea l’importanza di adottare tutti i presidi di controllo dei device dei propri figli da parte dei genitori. Ciò anche in virtù dei principi sanciti nella Convenzione sui diritti del Fanciullo di New York e ratificata dall’Italia mediante legge n. 176 del 1991, che all’art. 16 stabilisce che “nessun fanciullo sarà oggetto di interferenze arbitrarie o illegali nella sua vita privata”.
A seguito del tragico evento occorso il 21 gennaio scorso, che vede vittima una bambina di dieci anni morta soffocata a seguito dello strangolamento da parte della stessa con una cintura, con l’intento di riprendersi con cellulare, mentre cercava di restare senza respiro per più tempo possibile, è opportuno evidenziare il fatto che molti utenti iscritti ai social hanno un’età ben più bassa di quella prevista dalle condizioni contrattuali (anni tredici). L’età minima viene indicata secondo quanto previsto dal Children’s Online Privacy Protection Act (COPPA).
Già questa costituisce una evidente aporia, visto che con il decreto n. 101/2018, il Legislatore Italiano ha fissato all’art. 2 quinquies il limite di età minimo per esprimere un consenso al trattamento dei propri dati personali, in anni quattordici, fermo restando che il limite di età può variare da Stato a Stato. Difatti molte Piattaforme hanno fissato il limite di età a tredici anni, richiedendo il consenso dei genitori.
In ragione dell’importanza di questi beni giuridici, il Garante per la Protezione dei dati Personali italiano ha mosso delle contestazioni alla nota e diffusa piattaforma di cui si parla in questi giorni, aprendo una procedura formale per scarsa attenzione alla tutela dei minori, divieto di iscrizione ai più piccoli facilmente aggirabile, poca trasparenza e chiarezza nelle informazioni rese agli utenti, impostazioni predefinite non rispettose della privacy. A ciò si aggiunga che anche il Comitato Europeo per la protezione dei Dati, nella trentunesima Adunanza Plenaria svoltasi lo scorso giugno, ha disposto una task force sullo stesso social, in verità con precipuo riferimento all’utilizzo della tecnologia del riconoscimento facciale collegata ad un’azienda che opera nel settore dell’intelligenza artificiale, ma anche sulla correttezza del trattamento dati dei minori.
A tutto questo si aggiunga, come da Relazione 2019 del Presidente Soro, che la questione rispetto al social network in parola, fosse già ben nota all’Unione Europea. “Su temi come questi, che toccano profondamente tanto la sicurezza collettiva quanto quella individuale, l’Europa deve infatti saper parlare con una voce sola, riflettendo quell’ambizione, insieme unificante e identitaria sottesa al Regolamento”.
E’ opportuno ricordare che la piattaforma ha ricevuto una pesante sanzione dalla Federal Trade Commission degli Stati Uniti per aver violato la privacy dei minori e per non aver assicurato livelli di sicurezza adeguati ed è stata indagata dal Garante Privacy Inglese, l’Information Commissioner’s Office.
A fronte di ciò, il social si è formalmente impegnato, come si evince dalla lettura della risposta fornita ad ICO, to find the most effective way of creating a safe environment for children online e ha predisposto un Centro di Sicurezza per i genitori e per fornire loro informazioni e una suite di strumenti per il benessere digitale dei minori.
Eppure, solo da poco la piattaforma ha adottato due diverse informative in base alla età di coloro che si iscrivono, secondo un’età superiore o inferiore ai diciotto anni.
I profili sono preimpostati come pubblici e dunque tutti coloro che hanno o meno un account possono vedere i contenuti altrui in modo semplice. Ed è, altresì, molto facile aggirare il divieto di iscrizione dei minori sotto i tredici anni.
Il Garante Italiano in data 22 gennaio ha dunque adottato un importante provvedimento volto a tutelare l’interesse preminente del minore, così disponendo la limitazione provvisoria del trattamento, vietando l’ulteriore trattamento dei dati degli utenti che si trovano sul territorio italiano per i quali non vi sia assoluta certezza dell’età e, conseguentemente, del rispetto delle disposizioni collegate al requisito anagrafico.
In conclusione è auspicabile che vengano comminate sanzioni economiche adeguate e che l’Europa adotti provvedimenti severi nei confronti di quelle Piattaforme che non sono in grado di salvaguardare i minori ed i loro diritti.

Proteggersi dal punto di vista digitale.
Le challenge sui social media nascono e si sviluppano all’interno dei social network, che per loro struttura logica, sono rappresentati da un’area riservata il cui accesso è consentito solamente all’utente che, a cui viene concesso l’accesso a seguito dell’inserimento delle proprie credenziali. Questo particolare tipo di “ambiente” – riservato– fa sì che software esterni per il controllo dei contenuti, i cosiddetti “parental control” non possano avervi accesso, e di fatto quindi risultino inutilizzabili.
Ecco dunque che i genitori non hanno alcun efficace strumento informatico per tenere sotto controllo l’operato dei figli sui social network. Sebbene qualcuno affermi che si possono utilizzare le cosiddette App Spia per monitore tutte le attività che vengono svolte su uno smartphone, in realtà queste hanno molte limitazioni in fatto di numero e tipo. Vi sono sì App che possono “spiare” gli store, soprattutto con i moderni sistemi operativi (Android e iOS) e gli strumenti di protezione messi a disposizione da questi (Google Play Protect), non da ultimo da App anti-malware molto spesso installate di default con il sistema operativo. Il problema è che, all’atto pratico, queste App Spia vengono bloccate nel giro di poche ore dalla loro installazione; per rendere l’idea è sufficiente un banale aggiornamento del sistema operativo per renderle inefficaci.
L’unico modo per poter controllare l’operato dei propri figli sui social network è dunque avere accesso al loro dispositivo, conoscere la password dello stesso e le credenziali di accesso dei vari social. Solo in questo modo è possibile monitorare la loro attività sulle diverse piattaforme utilizzate dal minore.
Se un minore riceve un messaggio da uno o più profili sospetti, è necessario bloccare il contatto e raccogliere tutte le informazioni relative al tentativo di contatto (nome del social su cui è avvenuto il contatto, nome dell’account, data e ora in cui è stato inviato il messaggio, eventuali immagini, ecc.) e fare subitaneamente una segnalazione sul sito del Commissariato di P.S. Online nell’apposita sezione dedicata che trovate all’indirizzo: https://www.commissariatodips.it/segnalazioni/index.html o recarsi in un ufficio di Polizia per sporgere querele.
Se non si ha accesso al dispositivo del minore, il modo migliore per proteggerlo da questo tipo di minaccia è di fargli conoscere questo tipo di rischio, informandolo su come affrontarlo e su come segnalarlo. Per fare questo, i genitori dovrebbero essere sempre aggiornati sui possibili rischi della rete Internet e un ottimo modo potrebbe essere quello di iscriversi alla pagina Facebook ufficiale del Commissariato di P.S. all’indirizzo https://www.facebook.com/commissariatodips/ per avere una preziosa fonte di notizie e consigli utili per rendere più sicura e consapevole la navigazione in rete per se stessi e per i propri figli.

Conclusioni.
In epoca contemporanea i bambini e gli adolescenti non vivono solo in contesti reali, come la scuola, il gruppo di amici extrascolastici, ma anche “altrove”, in mondi virtuali che diventano sempre più accattivanti con il progredire della tecnologia. Con l’arrivo della pandemia Covid-19 si trovano in realtà immersi prevalentemente nel mondovirtuale.
La velocità dell’evoluzione tecnologica e il cambiamento nelle modalità di comunicazione online, non ha permesso ai “cittadini digitali” di scindere consapevolmente i comportamenti ammissibili in rete da quelli problematici e potenzialmente dannosi. Così, parallelamente all’uso consapevole e intelligente della rete Internet, si è sviluppato e diffuso un uso distorto e improprio, il cui confine appare spesso labile e pericoloso. “Non è da sottovalutare il fatto che siamo anche soggetti ad una moltitudine di informazioni che giungono ai nostri organi di senso in maniera rapida, continua, costante. Siamo immersi nell’iperstimolazione. Non si hanno né il tempo né la possibilità di processare il quantitativo di stimoli. L’effetto è quello di far sì che l’informazione rimanga ad un livello superficiale, in quanto manca l’effettivo tempo dell’elaborazione e della rielaborazione. Si percepisce troppo e troppo in fretta, con la conseguenza che si conosce sempre meno. I tempi evolutivi del nostro cervello sono molto più lenti di quelli dell’evoluzione tecnologica, con la conseguenza di un emergere di quadri ansiogeni e depressivi. Nella società odierna, difatti, si deve essere performanti, sempre, in maniera costante ed il livello delle prestazioni deve crescere in continuazione. La competizione è sempre maggiore, la richiesta è sempre competitiva e non viene lasciato mai spazio alla noia. I bambini ed i ragazzi di oggi, oltre a essere sovra stimolati, sono investiti anche dalle richieste genitoriali di performance; spesso, su di essi, vengono riversati i desideri non realizzati dei genitori, ai quali i figli sono chiamati a rispondere” (Brasi, 2019).
Ed è su questo meccanismo che le challange fanno leva, richiamando il bisogno di eccellere nelle performance. A differenza dei luoghi educativi, lo spazio virtuale è riuscito a cogliere questo bisogno indotto e ad utilizzarlo a proprio favore per giochi intrisi di sadismo. In questo meccanismo l’adulto disturbato pone in essere l’adescamento e la manipolazione attraverso precise tecniche.
“Le tecnologie consentono che vi sia una rete sempre più fitta e sempre più articolata tra individui e gruppo, che vi sia un flusso ininterrotto di informazioni in tempo reale e nel sistema di relazioni, l’interattività intrinseca alle nuove tecnologie della comunicazione, consente una fruizione variabile, personalizzata e specifica; infatti, anche se vengono diffusi messaggi identici per milioni di persone, è possibile ai singoli di adattarli alle proprie esigenze e di trasformarli in conoscenza. È anche possibile costruire gruppi che mettano in comune le conoscenze ed i saperi. La multimedialità, la realtà virtuale, le reti telematiche, i satelliti digitali, Internet, modificano i processi di comunicazione del sapere, ma anche il modo in cui si acquisiscono. Questi cambiamenti inducono il passaggio da una società dell’informazione a una società cognitiva, è una rivoluzione basata sull’informazione, che consente all’intelligenza di acquisire nuove capacità.” (Brasi, 2019).
È in corso una “dematerializzazione creata dal passaggio da un universo di esperienze pratiche a un universo di astrazioni simboliche. Il processo cognitivo si fonda sulla cultura tecnologica intesa sia come complesso di strumenti di mediazione, sia come ampliamento della mente stessa. Con internet tutti gli individui possono usufruire di una informazione a basso costo e in maniera assolutamente libera. Questo pone l’attenzione sulla necessità ancora maggiore di educare verso un pensiero critico” (Brasi, 2019). La maggioranza dei ragazzi utilizza questi nuovi artefatti tecnologici con competenza tecnica, ma senza un’indispensabile capacità critica, ed ecco che si viene ad evidenziare lo stretto legame tra i vantaggi e i pericoli del mondo virtuale sulle identità mediate. Nella comunità virtuale, possono essere abbattute le barriere che creano timidezza, insicurezza, introversione. Queste caratteristiche, assieme al fatto che le comunità virtuali fanno sentire le persone come parte di un gruppo, creano una grossa attrattiva nel mondo degli adolescenti.
Solo comprendendo la socializzazione e la comunicazione digitale l’adulto può fornire gli strumenti critici al bambino e all’adolescente per tutelarsi dai rischi della rete. I contenuti del web sono di fatto illimitati e diversificati, il mondo virtuale è un ambiente non soggetto ad alcun reale controllo ed i mezzi di comunicazione stanno progressivamente acquisendo una configurazione socialmente condivisa. Si è venuto così a creare quello che viene definito come cyberspazio, una dimensione immateriale, uno spazio comunicativo illimitato, il cui sviluppo trascende lo schermo nelle interconnessioni tra le memorie informatiche.
I bambini sono maggiormente esposti a fenomeni come quelli delle challenge non hanno a disposizione l’esperienza necessaria a decodificare correttamente gli elementi derivanti dal sistema ecologico, sia esso appartenente alla vita reale o a quella virtuale. Di conseguenza viene meno anche il possedimento di strumenti atti al fronteggiare la problematica. Dal punto di vista emotivo non possiedono padronanza neanche in quell’ambito e, come evidenziato, l’aspetto emotivo è quanto viene utilizzato come leva dai promotori di questi giochi in rete. Non è più semplice la situazione nemmeno per gli adolescenti i quali, oltre ad una maturità cognitiva ed emotiva non ancora sopraggiunta, devono interfacciarsi con delle dinamiche intrinseche alla fase di sviluppo adolescenziale.
I fattori di protezione giocano un ruolo fondamentale nel contrastare gli effetti negativi delle circostanze di vita avverse, favorendo un adattamento positivo e potenziando quindi la resilienza. Sembra quindi che i fattori di protezione possano essere considerati l’esatto opposto dei fattori di rischio (Stouthamer-Loeber, 1993).
Ad esempio l’armonia famigliare è un fattore di protezione mentre il conflitto famigliare è un fattore di rischio. Ma non sempre è così, in molti casi lo stesso fattore può essere considerato un fattore di rischio o di protezione in base alla sua intensità. Ad esempio il controllo genitoriale può divenire un fattore di rischio se è scarso o se è eccessivo, ma è un fattore di protezione se viene esercitato in un giusto grado.
Relativamente all’individuo i fattori di protezione consistono nell’autonomia, nel senso di fiducia personale, apertura alle relazioni sociali, capacità di risolvere i problemi e prendere decisioni, porsi degli obiettivi ed essere in grado di raggiungerli. Perché una persona sviluppi resilienza è inoltre fondamentale che sperimenti una figura di riferimento positiva dentro e fuori dalla famiglia, abbia la possibilità di fare delle esperienze che aumentino la propria autostima e autoefficacia (Losel, 1994). È altresì importante che un bambino si senta protetto dalla famiglia di fronte a situazioni di disagio e sperimenti un forte legame affettivo e di unione non solo con i genitori, ma anche con i parenti, amici e il vicinato, si costruisca cioè fin da piccolo una fitta e solida rete sociale. Una comunità competente infine, riesce ad effettuare degli interventi di promozione del benessere favorendo la coesione sociale, la partecipazione e la solidarietà.

Davide Bassani 
Cristina Brasi
Costanza Matteuzzi

Link: http://www.eunomika.com/2021/01/24/gli-strumenti-di-contrasto-al-fenomeno-delle-challenge/